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Retinopera e Don Luigi Sturzo
Sentiamo l’urgenza di ri-meditare il magistero politico-sociale di Don Luigi Sturzo ed approfondire la sua vocazione che lo portò a divenire l’emblema del contributo dato dai cattolici alla vita pubblica italiana. Luigi Sturzo nacque nel 1871 a Caltagirone (CT) e fu lì che si adoperò per la storicizzazione delle idee del nascente movimento cattolico democratico partendo da cinque presupposti: - la “priorità dell’azione sociale” per il riscatto sociale della Sicilia che lo portò, appena venticinquenne a fondare una delle prime Casse Rurali, al fine di combattere la piaga dell’usura e per incoraggiare l’indipendenza e l’imprenditoria da parte dei contadini e degli artigiani. Costituì, inoltre, cooperative di lavoratori e di consumatori. Per evidenziare la modernità delle sue tesi economiche, è sufficiente ricordare che nel 1920 Sturzo, primo nel mondo, propose un disegno di legge sull’azionariato operaio. Egli sosteneva un elementare ma fondamentale principio, secondo il quale: “per creare una vera democrazia politica, stabile e produttrice di sviluppo equilibrato, si deve creare una vera democrazia economica, ossia un capitalismo diffuso e partecipativo”. Il pro-sindaco Sturzo portò la sua sconosciuta Caltagirone a divenire un punto di riferimento per il nuovo modo con il quale era gestita la cosa pubblica. - “l’intransigenza nei costumi e nelle alleanze”. Sturzo era fortemente preoccupato per il meschino spettacolo dei cattolici siciliani, coinvolti in “bassi” compromessi con i notabili locali e li invitava al senso di responsabilità e di trasparenza nelle scelte politiche personali e nelle alleanze politiche. Emblematico, a tal riguardo, risultò essere il discorso di Caltagirone del 1905, con il quale, fra l’altro, sollecitò i cattolici ad una scelta politica chiara ed inequivocabile: “O sinceramente conservatori, o sinceramente democratici”, ed aggiungeva una raccomandazione di natura profetica che non può non far riflettere: “E’ chiaro che io stimo monca, inopportuna .. la posizione di un partito cattolico conservatore e che io credo necessario un contenuto democratico del programma dei cattolici nella formazione di un partito nazionale”. Una citazione che non può non far riflettere, anche se va riletta alla luce delle profonde trasformazioni avvenute nel corso di un secolo di storia. - “la difesa delle autonomie locali dall’invadenza del centralismo amministrativo dello Stato”; - il comandamento della carità, vera sorgente dell’impegno politico-sociale; - la laicità della politica. Da questi presupposti Don Sturzo faceva discendere il primato degli ideali e dell’etica sul pragmatismo senz’anima, delle idee e della competenza sui numeri, del riformismo solidale sull’ambiguo moderatismo, del pluralismo delle opzioni politiche e della distinzione degli ambiti. Nel 1919 fondò il Partito Popolare Italiano e rivolse il suo appello ai “liberi e forti”, credenti e non credenti che si riconoscevano nei valori di libertà, democrazia e solidarietà e che condividevano l’ispirazione ideale e il programma riformista del popolarismo. Per questo Don Sturzo non pensò mai all’unità di tutti i cattolici, convinto che un obiettivo politico poteva raggiungersi meglio con una “minoranza di qualità e con un programma coraggioso, piuttosto che con una maggioranza mediocre e con un partito piatto”. Una lezione di grande attualità per la politica oggi.
Rino Spedicato rinospedicato@retinoperasalento.it
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